Quando si pensa alla Sicilia vengono alla mente i paesaggi collinari con l’erba secca e sullo sfondo il blu del mare e del cielo, l’ocra delle pietre dei bei palazzi barocchi, il rosa fucsia delle buganvillee, i colori delle buonissime granite.
Ma c’è anche un’altra Sicilia, quella che ho cercato di cogliere con le mie fotografie in bianco e nero.
Eliminando il colore si sottraggono dal soggetto quegli stereotipi di cui si parlava prima, rimangono le forme, la luce, le ombre, le superfici consumate che dichiarano la loro storia, le geometrie architettoniche. Le fotografie, così, sembrano riprendere una Sicilia archetipica, fuori dal tempo.
Il bianco e nero sublima le forme, le porta ad una sorta di astrazione, lasciando così più margine di interpretazione a chi osserva. Potrei dire che quasi simbolizza il soggetto.
La fotografia in bianco e nero diventa un dialogo tra due immaginazioni, quella di chi ha scattato la foto e quella di chi la osserva. Invita ciascuno a riconoscervi qualcosa di sé, attribuendo all’immagine significati che vanno oltre l’istante dello scatto.
John Szarkowski, per quasi trent’anni direttore della sezione Fotografia del MoMA di New York, disse che la fotografia non serve tanto a spiegare il mondo, quanto a mostrarlo in modo tale da costringerci a guardarlo di nuovo. E, probabilmente, il bianco e nero amplifica questa capacità, perché, per sua stessa natura, non riproduce la realtà, ma la reinterpreta.
Inoltre, il colore appartiene al contingente, al qui e ora, il bianco e nero tende invece all’essenziale. È come se eliminasse l’accidentale per lasciare emergere la struttura profonda delle cose. Ed è per questo che spesso le fotografie in bianco e nero danno l’impressione di essere sospese nel tempo, potrebbero essere state scattate ieri come sessant’anni fa.
Perciò, queste fotografie non parlano tanto delle peculiarità della Sicilia, quanto di ciò che nel luogo resiste nel tempo, della permanenza.
Non troverete monumenti famosi, luoghi che immediatamente identificano il territorio siracusano, ma ci sono colonne, archi, scale, statue, fontane, corti, facciate. Soglie verso un mondo da riscoprire. L’uomo non è soggetto, perché è transitorio.
Importante è la luce che scolpisce le figure, mentre gli sfondi bianchi mettono ancor più in risalto la materia dei soggetti.
Ciò che ho voluto cogliere è lo Spiritus Loci, cioè la risonanza emotiva, l’energia invisibile o essenza mistica che si percepisce in un luogo. Perciò queste foto dovrebbero dirvi di ascoltare ciò che quello spazio custodisce, cosa può dirvi.
Non so se sono io ad aver scelto i soggetti o sono stati loro a chiamarmi. Alcuni spazi possiedono una forza misteriosa, non chiedono di essere solo osservati, ma anche ascoltati. Parlano spesso di tempo, di vite passate, dello scalpellino o dello scultore che le ha create, dell’architetto che le ha concepite, dell’uomo o della donna che le ha vissute. Alla fine, perciò, l’Uomo ritorna, ma è latente.
Una pietra rimane anche se nessuno la guarda, ma diventa memoria nel momento in cui qualcuno le restituisce una voce. Queste foto, forse, vogliono dare voce alle pietre.
(Cliccare sulle foto per vederle grandi)
SIRACUSA








MARZAMEMI




NOTO






PALAZZOLO ACREIDE






PANTALICA



SCICLI e TONNARA DI VENDICARI





RAGUSA IBLA





