“Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità”: un film cerebrale

Il film “Van Gogh- Sulla soglia dell’eternità” del regista Julian Schnabel, candidato al Golden Globe per il miglior attore in un film drammatico (vinto poi da Rami Malek per il film Bohemian Rhapsody), ha dalla sua una bellissima recitazione, specialmente di Willem Dafoe, un casting accurato e presenta degli scenari provenzali meravigliosi. Detto questo, il film risulta del tutto cerebrale, per niente coinvolgente, in alcuni tratti assolutamente noioso.

La musica è inesistenze, e con questa affermazione non voglio dire che non è stata inserita una colonna sonora, ma che non riesce a rafforzare la comunicazione: il film non ha pathos, non ha magia. Non riesce a far sentire lo spettatore partecipe del dramma esistenziale dell’artista. Lo spettatore osserva, ma con distanza, malgrado i piani ravvicinatissimi delle riprese e i dettagli su cui insiste il regista.

Le riprese sono a volte storte, traballanti. Nulla in contrario a scelte di questo tipo, ma qui sembrano fine a se stesse, se il regista voleva trasmettere un qualche tipo di significato non è stato abbastanza incisivo. Anche il fatto che spesso la metà inferiore delle riprese sono sfuocate l’ho trovata una scelta fastidiosa: la simbologia è chiara, quando è presente lo sfuocamento dell’immagine Van Gogh sta vivendo una crisi e la sua mente è ottenebrata, ma sulla lunghezza del film risulta irritante.

La sceneggiatura insiste sulla solitudine dell’artista (fin troppo, il messaggio era comunque chiaro) e sul suo amore per la natura, dove però, come già detto, la musica non riesce a far entrare in sintonia gli spettatori col cuore e con lo spirito. Anche le liti con Gauguin, tutte giocate sui diversi punti di vista riguardo alla pittura, nel film risultano annacquate, non abbastanza violente per far entrare in crisi Vincent.

Il finale considera l’ultima ipotesi di morte proposta da Steven Naifeh e Gregory Smith nella biografia Van Gogh: the life, dove gli autori, dopo lunghi studi, sostengono che fu ucciso accidentalmente con una pistola difettosa dal sedicenne Secrétan, che amava vestirsi da cowboy. Ma nel film non si dice che Vincent usava andare a bere giornalmente con questo ragazzo e suo fratello, perciò tra loro c’era una sorta di legame d’amicizia, e il colpo partì accidentalmente mentre Van Gogh vagava per i campi.
«Abbiamo una coppia di teenager che hanno una pistola malfunzionante e tre persone che probabilmente avevano bevuto troppo. L’omicidio accidentale è molto più probabile» dichiara Steven Naifeh. Nel libro, comunque, gli autori sostengono che Van Gogh non denunciò i ragazzi perché, stanco del suo malessere esistenziale, vedeva la morte come una liberazione.

Un finale perciò troppo veloce, non spiegato, a fronte di lunghe riprese che raccontano il vagabondare di Van Gogh tra i campi.

Nel film, inoltre, il fratello Theo arriva che Vincent è già morto, ma non andò così nella realtà: i due fratelli ebbero la possibilità di chiacchierare, addirittura di fumare la pipa insieme, prima della morte.

Un film può anche reinterpretare la realtà, fare dei cambiamenti rispetto ai fatti realmente accaduti se questo serve per far passare un messaggio, che può anche essere emotivo, ma non è il caso di Van Gogh –  Sulla  soglia  dell’eternità, che non è riuscito a far vibrare le corde dei sentimenti, a differenza dei meravigliosi capolavori dell’artista che riescono a tutt’oggi a far percepire, con un’intensità struggente, le emozioni provate mentre dipingeva.

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