I CODICI MINIATI

Un convento senza scriptorium è come un castello senza armi. (Geoffroy di Sainte-Barbe-en-Auge, 1170 circa)

Tratto dal libro “Le Bibbie più belle” a cura di Andreas Fingernagel e Christian Gastgeber.

Chini sulle pergamene per un lasso di tempo che nei mesi estivi poteva raggiungere le dodici ore giornaliere, estremamente concentrati, i monaci e i frati laici copiavano a maggior gloria di Dio, in una grafia canonizzata e curatissima, i testi della Sacra Scrittura, gli estratti biblici destinati agli Evangeliari e agli epistolari, i testi liturgici, gli scritti dei Padri della Chiesa e quelli degli antichi pagani. Un’edizione completa della Bibbia, comprendente un volume in folio di circa 1299 pagine, richiedeva dai due ai tre anni di lavoro di un solo amanuense. Spesso, tuttavia, più monaci si occupavano della stesura di uno stesso manoscritto (…). Dopo la copiatura del testo si procedeva a “rubricare”, cioè a evidenziare con inchiostro rosso gli incipit delle frasi e i Nomina Sacra; questa fase del lavoro era talvolta assegnata a un secondo copista. Soltanto nella terza fase della confezione del volume si procedeva alla ornamentazione e alla miniatura delle iniziali, nonchè all’esecuzione delle bordature che incorniciavano i capitoli iniziali.

Il numero di codici conservati nella biblioteca di un’abbazia poteva  variare da circa 30 a 60 esemplari, destinati per lo più all’uso liturgico. Raramante, fino al XII secolo, i conventi possedevano più di 100 esemplari. Un’eccezione era rappresentata dal convento benedettino di Lorsch (764-1248), che aveva tratto particolare profitto dalla politica culturale di Carlo Magno e disponeva, secondo un catalogo del IX secolo, di 590 codici, comprendenti lezionari preziosamente miniati, epistolari, Bibbie, ma anche testi di Livio e Sallustio e degli storiografi greci.

La riforma di Cluny ebbe come conseguenza la fondazione di nuovi ordini: i certosini intorno al 1084, i cistercensi intorno al 1098 (…). L’ordine certosino nacque  dall’esperienza di una piccola comunità di eremiti stabilitisi nel 1084 a La Chartreuse, presso Grenoble, per iniziativa di san Bruno da Colonia. Accanto alla scenta di assoluta povertà e penitenza, la regola certosina prevedeva la meditazione, la lettura delle Sacre Scritture e la rigida osservanza del silenzio. Il lavoro manuale era incentrato sulla copiatura di libri, mentre le attività spirituali prevedevano principalmente lo studio e la scrittura. La regola conteneva indicazioni molto precise sulla copiatura, sui materiali utilizzati nello scriptorium e addirittura sulle norme che regolavano il prestito dei manoscritti. Le attività legate alla scrittura dipendevano dal sacrista, alla cui responsabilità erano affidati i codici e gli strumenti di scrittura, e che aveva il compito di verificare la qualità delle copie. Dal lavoro eseguito sui testi copiati e conservati nelle abbazie si sviluppò l’interesse per la precisione testuale e quindi per l’aspetto filologico del libro. (…)

La regola della biblioteca prevedeva che ogni prestito venisse annotato  e che ogni sei mesi si procedesse a un controllo; che i fratelli più anziani avessero la precedenza sui giovani; che il libro dato in prestito venisse “sostituito”da un foglietto recante il numero di cella del monaco cui il libro era stato affidato; inoltre, non si potevano prendere più di cinque libri per volta e il prestito dei manoscritti al di fuori del convento doveva essere autorizzato da un esplicito intervento del priore.

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