Se dovessimo prendere in considerazione i soggetti trattati nell’arte della metà del Novecento, troveremmo il senso della velocità dei Futuristi, la solitudine delle periferie di Sironi, l’angoscia di Bacon, la dissoluzione della forma di Picasso. Un’umanità che, sempre di più, perde il contatto con la Natura e con il Tempo.
Ma se si osservano i capolavori degli artisti Macchiaioli, realizzati un secolo prima, capiamo come il senso della vita fosse differente, come si vivesse in un tempo lento, dove le relazioni sociali erano importanti e, soprattutto, il contatto con la natura fosse fondamentale. Guardandoli oggi ci trasmettono una profonda idea di pace nell’animo.
I Macchiaioli sono stati chiamati così perché dipingevano per macchie di colore, da non confondere con gli Impressionisti francesi che realizzavano i loro dipinti con piccoli tocchi di colore. Entrami gli stili pittorici rientrano nella grande corrente dei realisti che animava gli artisti di quel periodo, e proprio per questa ragione i Macchiaioli non usavano la linea di contorno, perché nella realtà non esiste, ma è un espediente pittorico. Il loro modo di dipingere non piacque subito, tanto è vero che il termine fu usato per la prima volta in senso ironico e denigratorio in un articolo relativo a una mostra a Firenze nel 1862 da un giornalista della Gazzetta del Popolo, ma a loro piacque, perché riassumeva in una parola la tecnica da loro utilizzata.
Il punto di riferimento per gli artisti era il caffè Michelangelo a Firenze, dove si ritrovavano per confrontarsi e parlare d’arte, ma non solo, perché la spinta politica, gli ideali sociali, la voglia di unire l’Italia, erano altri elementi comuni.
La mostra a Palazzo Reale a Milano, la prima dedicata esclusivamente ai Macchiaioli in questa città, ricostruisce infatti il loro percorso basandosi su riferimenti storici e non artistici, partendo dal 1848, con i moti rivoluzionari, fino al 1872, data della morte di Giuseppe Mazzini. Una intensa vicenda artistica, politica e umana che aveva dato una svolta fondamentale alla moderna storia dell’arte italiana.
Gli artisti presenti in mostra sono Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Raffaello Sernesi, Cristiano Banti, Francesco Saverio Altamura, Domenico Induno. Tutti Macchiaioli e tutti diversi. Guardando i quadri si evidenziano le singole personalità, ma anche la comunanza di idee, non solo per il concetto di dipingere per macchie, ma anche per interessi legati ai soggetti. Come tutti i realisti europei, iniziano a rappresentare la realtà, senza idealizzazioni, senza aulicismi, ma così com’è, anche nei suoi aspetti più semplici. I soldati non sono raffigurati in momenti di gloria, ma nelle retrovie, con le fatiche e le attese; le signore si godono la frescura nei giardini o in riva al mare, le contadine chiacchierano a fine giornata oppure lavorano accanto ai loro uomini. I Macchiaioli sono profondamenti legati alla loro terra (Toscana, Liguria di Levante) e la descrivono dipingendo all’aperto, con cavalletto, tela e colori. Proprio in quegli anni l’industria aveva messo a punto un modo per produrre i colori in tubetto, perciò gli artisti, finalmente, sono liberi di uscire dai loro atelier e ritrarre la realtà direttamente.
Una mostra da guardare con calma, per perdersi in un mondo ormai sempre più difficile da ritrovare e per ammirare la mirabile tecnica di questi artisti.
Analisi dell’opera: “Sul mare” di Vincenzo Cabianca

Guardando questo quadro si è subito colpiti dalla figura centrale, una ragazza seduta su un muretto e con le mani in grembo, che, stanca a fine giornata, guarda verso il mare, ma in realtà il suo volto è incantato, perso nei suoi più intimi pensieri. Ci colpisce non solo perché è al centro, ma perché ha un foulard rosso smosso dalla brezza marina che attrae la nostra attenzione. Siamo al tramonto, in Liguria, e la luce è virata sul rosso ed è avvolgente; ognuno di noi può immedesimarsi in quella figura che, davanti al sole che scende verso l’orizzonte, si ferma a pensare e, forse, a sognare ad occhi aperti. Accanto a lei c’è una grossa cesta con dentro delle corde e delle reti. Con lei ci sono altre due giovani donne, una delle quali porta una cesta sulla testa, ma non chiacchierano, ognuna è sola nel godere di quel momento di riposo, di quell’istante del giorno lirico per antonomasia.
Un mucchietto di terra in primo piano sulla sinistra fa sì che la luce sia incanalata verso la ragazza e, se in primo piano Cabianca dipinge con colori pastosi per dare l’idea del terriccio, quando arriva al mare il colore si diluisce imitandone la trasparenza. Qualche nuvola e tre uccelli che volano coronano la scena. L’artista è riuscito a comunicare quel senso di pace, forse di speranza, che l’animo umano percepisce davanti a un tramonto in riva al mare.

