KIEFER. Le Alchimiste

Picasso diceva che l’artista è un demiurgo, perché crea una realtà parallela, quella artistica, trasformando la materia (colori, tele, argilla, materiali di vario tipo) in un universo autonomo. In pratica potremmo considerare l’artista come un alchimista.

Anselm Kiefer, autorevole artista tedesco a livello internazionale, nato 8 marzo 1945, ha realizzato per la Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale a Milano 40 grandi teleri che celebrano 36 donne, le alchimiste, che durante la loro vita hanno studiato, sperimentato, scritto, riguardo alla manipolazione delle sostanze, anticipando quello che noi chiamiamo “chimica”. In realtà è lui stesso alchimista, perché per realizzare questa grande mostra ha utilizzato piombo, zolfo, ossidi, oro, fiori, cenere, colori, trasformandoli e trasfigurandoli, utilizzando il fuoco della fiamma ossidrica, per dare corpo a tele fortemente evocative, molto materiche, dove le personalità delle diverse alchimiste emergono, si scorgono, affiorano, facendoci scorgere il loro afflato spirituale. Lo stesso artista, per spiegare il processo di creazione di un suo quadro dice “È uno stato che ha inizio nell’oscurità, in una sorta di urgenza, di palpitazione. Ignoro che cosa significhi, ma è qualcosa che mi spinge ad agire. In quel momento sono immerso nella materia, nel colore, nella sabbia, nell’argilla, nell’accecamento dell’istante, non c’è distanza.”

Appena si entra nella mostra ci si sente fagocitati dalle dimensioni solenni delle tele, dalla loro forza comunicativa, dagli oggetti che sporgono unificando così lo spazio del fruitore con quello dell’opera d’arte, emozionando, stupendo. Di sicura importanza è anche il dialogo che si instaura tra i teleri e la sala che li accoglie, trasformata in una sorta di labirinto: le cariatidi, che reggevano l’antica balconata e sono state danneggiate durante la Seconda guerra mondiale, con le loro imperfezioni entrano in perfetta sintonia con le opere, così come lo spazio architettonico, con i suoi specchi e stucchi.

Ogni tela è dedicata a una donna diversa (quattro di loro hanno due tele), alcune sono più famose, come Isabella d’Aragona o Caterina Sforza, altre misconosciute, ma tutte hanno dedicato la loro vita a carpire i segreti della natura. Natacha Fabbri lo dice molto bene nel catalogo dedicato alla mostra: “Sapienti, visionarie, potenti, resilienti, ma anche torturate dalla cultura dominante, straziate da pensieri ossessivi, lacerate dalla consapevolezza dei propri limiti. Le Alchimiste di Anselm Kiefer si posizionano nel punto in cui distruzione e rinascita si nutrono reciprocamente. Agiscono ai margini della scienza e della cultura ufficiale, là dove il sapere si contamina con ciò che è interdetto, segreto, non codificabile. Spingono lo sguardo oltre il dicibile e il tollerabile, al di là della cortina dell’alienazione, a costo di esserne schiacciate.”

La maggioranza di queste donne, le cui biografie vanno dal XIII al XVIII secolo più un’eccezione del IV secolo, si sono dedicate anche a ricerche alchemiche legate alla cosmesi e alla farmacopea domestica, formulando segreti di cura, alternando preparati medici a esperimenti sui metalli.

Nel Kybalion (testo della filosofia ermetica) si dice che “La vera trasmutazione ermetica è un’arte mentale”, infatti nell’alchimia la ricerca della pietra filosofale non era solo la trasformazione dei metalli in oro, ma era simbolicamente la ricerca della perfezione spirituale, e le due erano intrecciate in un percorso di perfezionamento personale. Questo concetto è fondamentale per capire le composizioni realizzate da Kiefer, dove spesso le alchimiste tendono verso l’alto, verso ciò che è immateriale, incorporeo, o si librano nel cielo dorato e il loro nome è già scritto nella parte più alta della tela.

Quando i soggetti sono rappresentati che volteggiano in uno spazio d’oro, sotto di loro, sulla Terra, si aprono scenari inquietanti, brulli, nere voragini: la Luce si contrappone a uno spazio magmatico di mistero insondato. Altre volte le protagoniste sono immerse nella natura, tra erbe e piante che in molti casi sono vere, incollate alla tela, e in alto incombe un libro aperto in piombo, che rappresenta la materializzazione dei loro studi.

Spesso le Alchimiste sono rappresentate nude, e quando sono vestite non portano gli abiti della loro epoca, ma lunghe tuniche che ricordano quelle antiche, come Barbara von Cilli, dipinta con un chitone che ricorda certe rappresentazioni ellenistiche, quasi a indicare un antico sapere perduto e cercato. Ma, d’altronde, gli abiti avrebbero riportato immediatamente ad un’epoca precisa, e Kiefer non ha voluto rappresentare le loro sembianze, il loro tempo storico, ma la loro tensione verso la conoscenza e la ricerca in ambiti dove prevalevano misteri che instancabilmente e con passione cercavano di svelare.

La mostra è aperta dal 7 febbraio al 27 settembre 2026.

Anselm Kiefer, Kleopatra, 2025, emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, sedimento di elettrolisi e gesso su tela. 560 × 380 cm.

Chi è Kleopatra? Bisogna chiarire subito che non è la famosa regina tolemaica, ma era un’esperta di alchimia vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il III e il IV secolo d.C. Le fonti greche dicono che scrisse brevi trattati incentrati sulla trasmutazione e la creazione dell’oro e la sua opera più famosa è Crisopea, Chrysopoeia in greco, che significa “fabbricazione dell’oro”.  È considerata una delle pioniere dell’alchimia sperimentale, e a lei viene attribuita l’invenzione dell’alambicco per la distillazione. Nel suo testo Crisopea inserisce simboli alchemici, tra cui l’uroboro, il serpente che si morde la coda formando così un cerchio che rappresenta il processo chimico della trasmutazione. L’uroboro era accompagnato dal motto greco her to plan, L’Uno è il Tutto, cioè l’energia universale che si consuma e si rinnova continuamente in una sequenza infinita, simbolo della natura ciclica dell’operazione alchemica.

Il dipinto sembra diviso in due parti: in basso una terra desolata e oscura, rocciosa, con un monte che si innalza all’orizzonte sulla sinistra; in alto un cielo d’oro, di pura luce, dove Kleopatra si libra, vista di spalle, nuda, con le braccia aperte e le gambe piegate. Non dimentichiamo che lo sfondo d’oro ha un’origine medievale nell’arte e indicava la luce di Dio, perciò qui assume un doppio significato: quello del raggiungimento della vera Luce, della spiritualità frutto di un lungo percorso interiore, e quello della ricerca tesa alla trasmutazione dei vili metalli in oro. Infatti dal terreno si innalzano dei fumi marroni/rossi, prima densi, poi si dividono in due grandi macchie diventando più evanescenti, per poi riaddensarsi nuovamente e vanno a creare un alone intorno alla donna: dalla materia, simboleggiata dalla pesantezza della roccia, si passa, attraverso una lenta evoluzione, alla leggerezza dello spirito, come dal metallo che si estrae dalla terra, attraverso trasmutazioni alchemiche, si crea l’oro.

Il dipinto, formato da quattro tele accostate, attrae anche per la forte presenta materica, per gli effetti lucidi, le trasparenze. Uno spazio creato dalla fantasia dell’autore da cui si fa fatica a distaccarsi, perché si ha l’impressione di poter scoprire sempre qualcosa di nuovo e di poter penetrare quei misteri insondabili che Kleopatra ambiva a decifrare.

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