PREMIO NOBEL PER LA PACE A NADIA MURAD

«A un certo punto non resta altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio» scrive Nadia Murad raccontando la sua prigionia presso i Daesh, con una lucidità spietata, che non lascia adito a speranza.
Nadia Murad è stata insignita del premio Nobel per la Pace 2018, insieme al medico congolese Denis Mukwege. Il premio le è stato assegnato perché in questi ultimi anni la giovane yazida ha attivamente e instancabilmente testimoniato le brutture che i Daesh, dall’agosto 2014, hanno inflitto al suo popolo, portando la sua storia come esempio tangibile.

«Quell’anno era estate, io vivevo nel mio villaggio con la mia famiglia. Tutto andava bene. Poi sono arrivati gli uomini dell’Isis e tutto è finito. In poche ore hanno ucciso tutti gli uomini che sono riusciti a trovare, inclusi sei dei miei fratelli. Le donne e i bambini sono stati portati via. Ci hanno caricato tutti su un pullman e portati a Mosul dove avevano la loro roccaforte. Il posto dove ci tenevano era una specie di prigione. Rinchiuse con me c’erano centinaia di altre donne e bambini, anche molto piccoli, che gli uomini si scambiavano tra loro come fossero cose. Una sera, uno degli uomini venne da me. Mi ha picchiato e mi ha portato via, in una stanza piena di altri soldati fino a quando non sono svenuta». (da un’intervista su Vanity Fair, maggio 2016)
Questa descrizione rispecchia ciò che, tragicamente, hanno vissuto tutti gli yazidi che non sono riusciti a scappare all’arrivo dei miliziani dell’ISIS.
Nell’agosto 2015 sono andata a Duhok nel Kurdistan iracheno, a 40 chilometri dai Daesh, per intervistare quelle donne che erano state loro schiave ed erano riuscite a scappare. Ho ascoltato storie simili a quelle di Nadia: tanti elementi in comune, ma alla fine vicende tutte diverse.
Da quel viaggio è nato il romanzo “Hana la yazida – L’inferno è sulla Terra” (San Paolo edizioni), dove Hana, una donna inventata, incarna le realtà vissute dalle prigioniere yazide, che dopo l’arrivo degli uomini dell’ISIS hanno perso non solo la loro libertà, ma anche la famiglia, la casa e tutti i loro averi; sono state umiliate, stuprate, a volte brutalizzate.

Nadia Murad è riuscita a fuggire dal suo inferno per un caso fortunato: il suo carceriere, un giorno, si dimenticò di chiudere a chiave la porta. Un’altra donna che ho intervistato, Gulan, fu in grado di scappare perché una notte gli uomini che vennero a stuprare lei e le sue compagne dovettero andare a combattere improvvisamente, e l’ultimo si dimenticò di chiudere la casa. Non bisogna credere che, in una situazione come questa, sia facile decidere di andarsene. La paura di essere catturate e punite, la non sicurezza di essere effettivamente sole può inchiodare le vittime, che di conseguenza non hanno il coraggio di uscire, di trovare una via di fuga. Ma Nadia, Gulan e molte altre ce l’hanno fatta, con una risolutezza che trova le sue radici nella disperazione.
Nadia ebbe poi la fortuna di arrivare in Europa, Gulan vive ancora in una tenda nel campo IDP (Internally Displaced People) a Khanke, vicino a Duhok.
A Duhok opera Jinda Centre, un centro per aiutare le donne e ragazze yazide che hanno vissuto la terribile esperienza di essere prigioniere dei Daesh, ma anche le famiglie, sfollate in tende in quanto la loro casa è stata distrutta. Ogni anno in novembre e dicembre raccolgo delle donazioni che invio a Jinda: un piccolo apporto per aiutare questa associazione non governativa che vive con i contributi donati.
Il villaggio di Nadia, Kocho, è stato distrutto, e questa è la fine che hanno fatto molti altri paesi nella piana di Sinjar. I Daesh non hanno abbattuto solo luoghi e ucciso persone, ma hanno distrutto sogni. Sogni piccoli e grandi, legati a un futuro semplice o ad aspettative più ambiziose.
Nadia Murad sognava di diventare una parrucchiera e truccatrice, seguire un corso da estetista che le permettesse di rendere le persone, e in particolare le spose, più belle.
Auguro ad ogni donna e ragazza yazida di avere la possibilità di mettere in atto il suo sogno, auguro al popolo curdo (di cui gli yazidi fanno parte) di non abbandonare il loro sogno, quello di libertà e democrazia.

Links:

Romanzo Hana la yazida – L’inferno è sulla Terra

Il Kurdistan: dove si svolge il romanzo

Jinda Centre a Duhok

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